L’Ariete

Oscar e Blanca

Blanca si stava muovendo avanti e indietro, indietro e avanti usando il suo grido di battaglia per farsi forza e continuare l’esercizio.

“Ti stai allenando per una gara di arieti?” chiese Oscar dal davanzale.

“Non mi disturbare, ho un piano!”

“E’ un segreto o lo puoi condividere con me?”

“So dove la mamma tiene i miei biscotti!”

“Dove?”

“In questo armadio chiuso a chiave” puntò l’armadio con il mignolino.

“Continuo a non capire perchè stai facendo l’ariete.”

“E’ solo un armadio di legno, posso facilmente spaccarlo con la mia testa dura,” disse Blanca convinta.

“Capisco, devo dirti che non ho mai incontrato un bambino capace di rompere il legno con la propria testa.”

“Stai insinuando che le bambine non sono forti abbastanza?”

“No, nemmeno il tuo papà o l’uomo più forte del paese potrebbero farlo!”

Blanca rimase in silenzio perchè stava ragionando sul suo piano e su quello che Oscar le aveva appena detto.

“Hai un piano B?” chiese Oscar.

“No”

“Come apre il mobile tua mamma?”

“Gira quella chiave lassù” disse Blanca indicandola.

“Non riesci a girarla?”

“Non riesco a raggiungerla, le mie braccia sono troppo corte!”

“Se tu venissi sollevata, potresti farcela?”

“Penso di sì”

“Bene!”

“Hai intenzione di aiutarmi?” domandò Blanca.

“Hai dei palloncini?”

“Come sono fatti?”

“Sono fatti di gomma e tu ci soffi dentro e diventano sempre più grandi. Più di uno insieme può sollevare una persona.”

“Magnifico!” e poi Blanca aggiunse: “In casa non ci sono palloncini perciò non possiamo farlo!”

“Non ti preoccupare, ci penso io.”

“Come?”

“Un mio buon amico vive dal cartolaio.”

“Chi è?”

“Tommaso la talpa.”

“E’ fidato? E’ un segreto e nessun altro può essere coinvolto.”

“E’ fidato, gli dirò che i palloncini servono per una festa.” Oscar volò veloce fuori dalla finestra.

Due ore dopo…

Blanca stava osservando tre piccoli buchi sul muro in camera sua, quando Oscar tornò con un pacchetto di palloncini colorati.

“Ciao! Missione compiuta!” Oscar disse mentre atterrava sul pavimento della sua stanza.

“Ciao! Nel frattempo stavo studiando questi tre interessanti buchi qui nel muro. La casa ne è piena!”

“Sono prese della corrente e sono piuttosto pericolose!”

“Ohh! Pensavo fossero le case dei ragni o buchi per le chiavi o non so.” guardò Oscar e aggiunse: “Dove sono I palloncini?”

“Qui in questo pacchetto. Ora dobbiamo solo gonfiarli.”

“Come si fa?”

“Soffiamo in questo buco fino a che non sono grandi abbastanza. Suppongo ce ne servano cinque.”

“Cominciamo!” disse Blanca e poi guardò i palloncini: “Che sapore hanno?”

“Te ne lascio ciucciare uno solo!” le rispose Oscar.

Blanca ciucciò un palloncino rosa perchè sapeva che non lo avrebbe gonfiato, non le piaceva troppo il rosa. Oscar scelse un palloncino verde e, una volta finito di assaporare il palloncino rosa, Blanca ne prese uno arancione. Gonfiarono palloncini fino a quando le loro gote non facevano male, ma dopo un po’ sei bei colorati palloncini galleggiavano nella stanza di Blanca.

“Sono splendidi, posso tenerli qui? Vorrei giocarci!”

“Sono tuoi. Non vuoi aprire più il mobile?”

“I biscotti possono aspettare. I palloncini sono la mia cosa preferita adesso; li voglio tutti, sono tutti miei!” iniziò così allegramente a strisciare dietro ai palloncini attraverso tutta la stanza mentre Oscar la osservava mezzo divertito e mezzo sconsolato poichè lei aveva la stessa capacità di attenzione di un criceto, come diceva sempre suo nonno.

Ballata carolingia

Lupula, foto di G.Signorini

Nella sua capanna con una bimba da accudire e tanti lavori da fare Lupula non aveva più tempo per i suoi manoscritti e le sue miniature. Sembrava un tempo così lontano, una vita vissuta da un’altra persona. Lupula era felice ma desiderava qualcosa che la divertisse e riempisse di gioia anche la piccola Frodelinda.

Un giorno passò dalla fattoria un pastore che suonava uno strano flauto con solo tre buchi. Suonando con una mano sola poteva fare due cose allo stesso tempo oppure battere il tempo con il suo bastone su una pietra. Lupula gli offrì del vino e del pane e con quella scusa gli fece un sacco di domande su quello strumento.

Ad un certo punto il pastore disse: “Se mi ospiti per tre giorni ti costruisco un piffaro.”

Così fu. Il pastore mantenne la parola data e con del sambuco creò un fischietto per la piccola Frodelinda e con la tibia di una capra un flauto a tre fori per Lupula. Il terzo giorno lo passò a insegnare a Lupula tutto ciò che sapeva di musica e improvvisazione. Lupula si divertì così tanto che per un giorno dimenticò tutte le sue incombenze ma trovò il tempo per preparare una buona cena per celebrare l’ospite e offrire a Flodoard e Frodelinda qualche piatto un po’ diverso dal solito. Il piatto forte della cena fu, però, la musica che al tramonto riempì la capanna e i campi vicini di armonie improvvisate. Il volo di un uccello, il canto del gallo, il belare della pecora ma anche il silenzioso filare, il crescere delle piante, il riposo dopo una giornata di lavoro e l’allegro giocare dei bambini. Lupula aveva finalmente trovato ciò che avrebbe reso le sue giornate meno faticose e ciò che l’avrebbe fatta sorridere anche nelle giornate più dure.

The Cricket and the Cat

Mina and Tuck

That night has been a stormy night with wind blowing and rain washing everything away. In the pale but warm sun of the morning a striped cat, called Mina, was strolling along the wet road, when she heard a cry of distress coming from a nearby oak.

The cat neared and she saw a tiny cricket that was asking for help. “Hello, how can I help you?” said the cat

“I lost my family. Can you help me finding them again?” asked the cricket, called Tuck.

“Hmmm… what do you want me to do?” said Mina mulling over the possibility of eating the tiny insect, but a raw cricket was not at all her cup of tea.

“Take me throughout the village, until I find them.”

“Can’t you fly?”

“I have strained my wing and it aches, terribly”.

“Let’s go then!”

They started off. Mina was walking through the village while Tuck was calling his family but no reply was coming from the buildings, the church with its tall bell tower, the parked cars and the few trees.

“It’s running late” said Mina, ” I suppose your family has gone away”.

“D-don’t say it, they must be here… somewhere. They can’t have gone without me. Please, help me!” said Tuck crying, “Where else can we go?”

“Let’s try in the woods at the borders of the village!” said Mina that did not want to upset the poor cricket.

Tuck was on the cat’s back and they were off again. Mina climbed a tree after the other and Tuck called his family but no reply came.

“This is the last tree of the woods…” said the cat. They climbed it up and the cricket was just about to give up when a feebly cry caught Tuck’s ears.

“Stooop, it’s my family! They are here… climb as fast as possible.” the cricket was excited.

On the highest branch the cricket found its family. They embranced and cried. “It’s thanks to this brave and kind cat I have been able to find you!” All the crickets thanked Mina that was now laying lazily on a branch. The crickets sang and danced happily all the night, while the cat was doozing on a branch dreaming of fat birds.

Coda o son desta?

Oscar e Blanca

“Pit..pat…pit…pat” gocce di pioggia in un pomeriggio di inizio autunno. Un fluire stabile e continuo di fresca acqua sui vetri, sul muro, sulle macchine parcheggiate e sui bidoni della spazzatura. Blanca stava ciucciando il piede del suo pupazzo – un topo giocattolo – mentre ascoltava le gocce di pioggia che rimbalzavano sul vetro della sua finestra.

“A furia di giocare con i topi hai deciso di trasformarti in uno di loro?” chiese Oscar che si stava scrollando di dosso l’acqua accumulata durante il volo.

“Nemmeno per sogno…” rispose Blanca senza smettere di succhiare il piede destro del pupazzo.

“Allora perché hai la coda?”

“Non mi prendere in giro!”

“Non lo sto facendo, guarda il tuo sedere e dimmi cosa vedi.”

“Una terribile tutina rosa.”

“E poi?”

“…una codaaaaa!” Blanca sbarrò gli occhi incredula e anche la pioggia sembrava essersi fermata dallo stupore.

“Visto!”

“Aiutoooo! Non voglio diventare un topo!”

“Perchè no!? Alcuni topi di campagna sono degli animaletti pelosi piuttosto interessanti e pieni di risorse.”

“Non voglio e basta! Mi piace essere una bambina!” disse Blanca lanciando via il suo pupazzo. “Swosh!…Sciaf!” la gronda decise di traboccare proprio in quel momento sottolineando in modo drammatico il gesto di Blanca.

“Allora abbiamo un problema da risolvere prima che sia troppo tardi,” pensò Oscar a voce alta.

“Per favore Oscar, aiutami!” Blanca lo implorò.

Blanca era davvero preoccupata perché non le piaceva l’idea di vivere in una tana scavata nel terreno e soprattutto non vedere più nè la mamma nè il babbo. Blanca, nel vano tentativo di ritrovare la calma perduta, decise di ciucciarsi il pollice mentre ascoltava le gocce d’acqua che battevano sui vetri con un moto ritmico aspro e incalzante, tutt’altro che rilassante.

Il tempo passava e di Oscar non c’era traccia; Blanca era preoccupata perchè sentiva un desiderio inarrestabile di leccare e mordicchiare un po’ del formaggio che sua mamma aveva appoggiato sul tavolo della cucina. “Posso sentire il mio naso diventare più lungo e dei baffi spuntare sulle mie guance…perchè perchè perchè proprio a me!” disse sconsolata, “Oscar, per favore, torna presto!” pregò Blanca.

Era quasi l’ora di cena quando Oscar e un falco atterrarono sul tappeto della stanza di Blanca.

“Chi è?” chiese Blanca.

“E’ il più vecchio e saggio falco di tutta la regione.”

“Ciao, piccina. Io sono Monocolo, piacere di conoscerti!” disse il falco dal piumaggio brizzolato e dalla voce sofisticata.

“Salve, mi puoi aiutare?” gli occhi di Blanca parlavano più della sua voce.

“Suppongo di sì, io sono un grande esperto di topologia.”

“Mi sto trasformando in un topo. Hai la cura?”

“Quali sono i sintomi?” chiese avvicinandosi alla bambina che era sul suo morbido tappeto. Il falco la guardava attraverso un monocolo la cui catena dorata scompariva sotto l’ala sinistra.

“Ho la coda e desidero ardentemente del formaggio…” Blanca non riusciva a nascondere la sua agitazione.

“Non ti scordare la tua predilezione per i pupazzi a forma di topo.” puntualizzò Oscar.

“Piccina, per sapere quanto serio è il tuo caso devo dare uno sguardo alla tua coda.”

“Eccola!” disse Blanca girandosi pancia in giù.

Monocolo osservò la coda nel silenzio più completo e poi confuso aggiunse: “Ti dispiace se la tiro?”

“Per nulla”

Monocolo la tirò forte con il becco e poi rise: “E’ finta!”

“Cosa!?” esclamarono Blanca e Oscar all’unisono.

“Non ti stai trasformando in un topo ma sei travestita da topo.”

“Chi vorrebbe mai vestirti come un topo?”

“Credo proprio sia stata un’idea di mia mamma” rispose Blanca in tono di disapprovazione.

“Che strani gusti…” sottolineò Oscar scuotendo la testa.

“Non è una cattiva mamma ma le piacciono vestitini piuttosto stupidi.” Blanca aggiunse e sorrise più per il pericolo scampato che per i gusti di sua mamma.

Non si erano accorti che una brezza umida aveva cominciato a soffiare portando la pioggia lontano. Un pallido sole dalla luce bianca era apparso già basso sulle colline, un tramonto sbiadito che si lasciava cullare dal motivetto stonato della brezza umida.

“Tutto è bene ciò che finisce bene, piccina!” disse Monocolo, “Se avrete di nuovo bisogno di me mi troverete a est della grande quercia!” Non aggiunse altro, spiegò le ali e volò via.

The Sniffing Tree

G. Rigotti, The Sniffing Tree

“Mummy tell me a story.” asked Blanca on a lazy afternoon.

“You know the rule, you tell me the beginning and then I carry on.” replied her mother

“Hmm, I want the story of a tree with a nose…”

Blanca’s mother was silent for a minute or two and then she started telling her a story.

“Once upon a time the Sniffing Tree was a man who was given an extraordinary gift, he was able to create the best perfumes in the world.”

“How?” interrupted Blanca

“Thanks to its nose. Well, one day Avatuk, an envious god, challenged him to create the best perfume of the whole world of the gods.”

“Did he accept?”

“Of course and he started working hard to mix the best of the world of the humans in a single perfume. He mixed the scent of the wet sand after a storm, the smell of a dry sunny day, the blizzard, the leaves, the flowers and the animals’ fur. But to make it unique he added two child’s tears, three drops of happiness and one drop of sadness. After two long months, he went to Zenafus, the father of all the gods, and gave it to him. He noticed Avatuk’s one on the golden tray next to his.”

“Who won?”

“Zenafus, the father of the gods, took a month to decide, then he declared the man the best nose of all the lands of the humans and the gods. But…”

“What happened?”

“The loser, Avatuk, seeking for revenge transformed the man into a tree because trees have no nose, eyes or ears.”

“But he’s got a nose!”

“Thanks to Ertha, the earth goddess, who took pity of him. She gave him a nose to smell all the scents of the world for the eternity.”

“Can he smell me?”

“He can, and I guess he thinks you have a good smell of grass, sun and biscuits!” replied her mother

La ginestra

Ginestra

C’era una volta una ginestra che si sentiva straordinaria poichè aveva più fiori di tutte le sue amiche, il suo giallo era più intenso e il suo verde più scuro di tutte le altre. Era una giovane ginestra che aveva visto poche estati ma aveva deciso che quella sarebbe stata l’estate migliore di tutta la sua vita. Viveva su una collina battuta da una piacevole brezza e con un bel panorama su una valle boscosa dove i falchi volavano spesso per trovare le loro prede.

Diceva al vento di essere bella, la più bella ginestra. Il vento non le rispondeva ma portava il suo messaggio con sè in luoghi dove lei non sarebbe mai andata.

Diceva ai falchi di sentirsi unica. Loro non rispondevano ma portavano il suo messaggio a tutti gli alberi e i ruscelli della regione.

Un giorno all’alba quando i suoi dolci e profumati fiori ormai stanchi dopo aver sfamato molte api appassirono, la ginestra vide arrivare degli uomini. Li guardò e disse loro: “Salve sono la ginestra più bella e i miei fiori sono prediletti dalle api!”

Gli uomini non risposero, presero delle lame affilate e tagliarono i suoi rami mentre la ginestra piangeva silenziosa. Avevano tagliato quei bei rami per farci delle scope.

The Scotch Broom

Scotch broom

Once upon a time there was a Scotch broom that thought to be extraordinary cause she had more flowers than all her broom-friends, the flowers were yellower and her branches were greener. She was a young plant, she had seen only a bunch of summers but she had decided that summer would have been the best in all her life. She was living on top of a hill where a cool breeze used to blow. The hill overlooked a woody valley where hawkes used to hunt.

She used to tell the wind she was beautiful, the wind had never replied her but it took that messages to unknown lands where the broom would have never gone in all her life.

She used to tell the hawkes she was unique, the hawkes had never replied but they took that message to all the trees and rivers all over the region.

One day at dawn, when her scented and sweet flowers were drying after having fed all the bees in the woods, some men came. She looked at them and said: “I am beautiful and my sweet flowers are the favourite of bees.”

The men did not reply but they took some sharp knives and cut all the broom branches while the plant was silently weeping. They had cut those branches to make brooms.

Le tigri e la formica

Le due tigri e la formica

L’estate era così calda e arida che due tigri si erano ritrovate a condividere la stessa pozza d’acqua. Una tigre aveva una soffice pelliccia arancione a strisce nere mentre l’altra era dorata e si dava sempre un sacco di arie. Un giorno arrivò una formica alla pozza per bere ma le due tigri le dissero che doveva scegliere la più bella tra loro altrimenti non l’avrebbero fatta avvicinare all’acqua. La formica che era piccola ma astuta si sedette e disse che avrebbe risposto al calar del sole. Le tigri si accucciarono placide e sonnecchiarono mentre la formica pensava, pensava, pensava…

Le ore passavano e la formica non riusciva a trovare una soluzione per fare contente entrambe le tigri e poter bere e bagnarsi in tutta tranquillità. Sapeva infatti che non poteva scegliere una sola delle due perché l’altra l’avrebbe mangiata. Alla fine un raggio di sole le mostrò una via d’uscita.

“Il tramonto è arrivato. Allora, chi è la più bella? Rispondi!” Disse con tono deciso la tigre dorata.

“E’ impossibile scegliere tra due tigri dal colore dell’oro al tramonto. Farei un torto alla bellezza se solo tentassi di fare una scelta!”

“Non ci prendere in giro! Dovevi scegliere una sola di noi!”

“Specchiatevi nella pozza e vedrete che ho ragione.” disse la formica in tono calmo.

Le due tigri si specchiarono e videro nella luce del tramonto due tigri ugualmente dorate, ugualmente striate di nero e dagli uguali occhi fieri. Dopo un attimo di stupore si misero a litigare per chi fosse veramente la più bella dimenticandosi della presenza della formica.

La formica astuta si avviò lentamente all’acqua sorridendo tra sé e sé. Aveva infatti aspettato quel momento particolare della giornata in cui tutta la natura si tinge d’oro … anche le tigri.

Fifì, il tasso nudo

Fifì

C’era una volta in un fitto bosco un tasso, di nome Fifì, che era nato senza pelliccia. Tutti lo prendevano in giro e lui si vergognava così tanto che raramente usciva dalla sua tana. Aveva provato a coprirsi con le foglie ma tremava di freddo, aveva anche fatto un tentativo con della corteccia ma non riusciva nemmeno a camminare. Pur di non incontrare nessuno usciva solo quando il sole era alto e tornava sempre nella sua tana entro il tramonto. Quel giorno si era spinto fino al limitare del bosco in cerca di cibo e si era ritrovato in una fattoria dove alcune persone stavano tosando le pecore per liberarle dai parassiti e per farle stare più fresche. Fifì si era messo lì a guardare le pecore con invidia: “Il mondo è davvero ingiusto c’è chi non ha pelliccia e la desidererebbe tanto e chi ne ha troppa tanto che la deve tagliare.”

Prese il coraggio a quattro zampe e si avvicinò a una pecora che gli sembrava sapesse il fatto suo. “Scusami, potresti prestarmi un po’ del tuo vello per coprirmi?”

La pecora lo guardò senza grande interesse e continuando a ruminare le disse:” Beeeee, chiedi a Camilla – quella ragazza laggiù – vedrai che ti aiuterà volentieri!” senza nemmeno salutare continuò a ruminare con lo sguardo perso nel vuoto.

Così Fifì si avviò lentamente verso Camilla facendo lo slalom tra le pecore che sembravano non vederlo o comunque non curarsi di lasciarlo passare.

“Scusami!”

“Chi è che mi chiama?” disse Camilla guardandosi intorno senza riuscire a vedere da dove provenisse quella voce.

“Sono qui in basso, proprio ai tuoi piedi!” disse Fifì agitando una zampa in segno di saluto.

“Ciao, non mi aspettavo un tasso nudo proprio nel giorno della tosatura. Come ti posso aiutare?”

“Sono tanto triste perchè non ho pelliccia e vorrei un po’ del vello di pecora per coprirmi.”

“Questo appena tagliato è tutto sporco, seguimi te ne darò di pulito.”

Camilla si avviò spedita verso le stalle e Fifì a fatica riuscì a starle dietro. Dopo averlo fatto entrare nella stanza accanto alla stalla gli mostrò sacchi pieni di vello di pecora pulito, soffice e nuvoloso. Camilla fece sedere il tasso e iniziò a sfilacciare, intrecciare, increspare e inumidire il vello per crearne una specie di “cappotto” che potesse andare a quel povero tasso triste.

“Ecco fatto!”

Fifì era rimasto immobile e incredulo a guardare quella pelliccia bianca.

“Su infila prima la testa e poi le zampe due a due e vedrai che non te ne pentirai.” Camilla era sorridente così Fifì decise di accettare il regalo. Pian piano infilò prima la testa poi le zampe finchè non sentì la sua pelle coperta da qualcosa di morbido, caldo e un po’ pizzicoso ma tutto sommato la sensazione era davvero piacevole.

“Vieni a guardarti allo specchio!”

Il tasso si osservò allo specchio e davanti a lui vide un animale con i suoi stessi occhi ma dall’aspetto completamente diverso. Ora sembrava davvero un tasso e non avrebbe avuto più nessuna paura di incontrare gli altri tassi e gli altri animali del bosco.

“Grazie mille, sono commosso!”

“Di niente e se avrai bisogno di una nuova pelliccia torna e ti aiuterò di nuovo.”

“Ciao, Camilla, ora posso tornare a casa a testa alta!”

“Ciao, Fifì!”

Il tasso tornò felice a casa fermandosi a chiacchierare con tutti gli animali del bosco che incontrava. Quella sera organizzò una grande festa per festeggiare la sua nuova pelliccia. C’erano tassi, caprioli, topi, cinghiali, fagiani, e molti altri animali. Ballarono e cantarono tutta la notte. Alle prime luci dell’alba decisero di fare colazione con funghi, erbe e bacche fresche di rugiada.

Fifì, disegnato da Giorgina Rigotti

Nina caffeina

Nina

Era il tramonto e Nina, il geco, si era appena svegliata. Era un giovane geco marrone con penetranti occhi neri.

“Io esco!” disse Nina ai suoi genitori.

“Stai attenta ai gatti, alle persiane, e ai gufi!” disse sua madre.

“Lo so, lo so, i territbili GPG!” e Nina usci nella calda brezza estiva. Nessun umano era fuori e una terrazza su un attico piena di piante e vasi era il posto perfetto per procacciarsi la cena. Nina adorava le zanzare e sapeva che vivevano dove c’era l’acqua.

“Cerca l’acqua stagnante!” era solito dire suo zio che era il migliore cacciatore di zanzare del suo clan. Quell’estate era così calda e secca che anche gli umani iniziavano a preoccuparsi della siccità. Il risultato era la scarsità di zanzare che erano difficili da localizzare ma Nina sapeva dove trovarne. Fortunatamente l’umano proprietario delle piante sulla terrazza, dove si trovava Nina, innaffiava un giorno sì e uno no. Quello era uno dei giorni sì. Nina aspettava nascosta dietro a un vaso. Le zanzare erano insetti piuttosto scaltri, volavano su e giù e da destra a sinistra; si tradivano soltanto quando avevano mangiato troppo poichè erano più pesanti e meno attente o quando “cantavano”: per essere precisi era più un ronzio di una canzone. Proprio su quel ronzio Le Cavallette Gracchianti, il gruppo rock preferito di Nina, aveva composto la sua canzone più famosa “Zzzzonzzzo”. “Zanzare- zzz- zonzolanti – zzz -a zonzo -zzz -…” era il ritornello che Nina canticchiava aspettando le sue prede.

Nina era lì che aspettava già da molto tempo ma nessuna zanzara sembrava passare di lì. Le stava venendo sete e sotto i vasi c’era dell’acqua così ne bevve un po’. Aveva un gusto strano strano e lei sperò che non fosse avvelenata.

“Stai attenta quando bevi acqua dai balconi degli umani!” era solita dire la sua nonna.

“Nessuna zanzara e forse acqua avvelenata, la notte può solo migliorare!” Nina pensò. Dopo poco la sua vista si fece più acuta, si sentiva più attenta e le sue orecchie sentivano i suoni più lievi e le sue zampe erano meglio attaccate al muro.

“Mi sento tremendamente bene!” pensò.

“ZZZzzzz” una zanzara stava passando da lì e Nina facilmente si focalizzò sul bersaglio e la catturò con la sua lingua lunga. Andò avanti così per un po’ chiedendosi come mai quella notte era diventata così brava a cacciare zanzare. Una volta che aveva riempito lo stomaco di zanzare deliziose, decise di fare una passeggiata. Passando accanto a una finestra vide una piccola bambina che stava dormendo nella culla. Stava per continuare la sua passeggiata notturna quando vide due zanzare pronte a pungere la bambina.

Non poteva permetterlo!

Si avvicinò al letto e trovò il miglior punto in cui nascondersi per salvare la bambina da una puntura pruriginosa, ma all’improvviso si sentì così sonnolente che riusciva a malapena a tenere gli occhi aperti. Invece di dare la caccia alle zanzare si addormentò sotto il letto della bambina.

Nina fu svegliata dal rumore di un tosaerba e lì per lì non capì dove si trovava ma poi si ricordò: le zanzare, quella strana sensazione e la piccola bambina. Quella potente sensazione se ne era andata e Nina era di nuovo se stessa. Si ripromise di scoprire cosa le fosse successo ma prima di tutto doveva trovare un modo per uscire da sotto quel letto. Tutto adesso era silenzioso, il calmo respiro della bambina la distrasse. Blanca stava sognando di volare con Oscar sopra la campagna. Nina vide la finestra lasciata accostata e la raggiunse il più velocemente possibile, era quasi fuori quando Oscar si posò proprio lì.

“Chi sei?” le chiese tra, l’incuriosito e l’indagatore.

“Sono Nina, lasciami uscire per favore!”

“Vai di fetta? Cosa ci facevi qui?”

“Stavo cacciando zanzare quando mi sono addormentata.”

“Ah, piacere io sono Oscar e lei è Blanca.”

“Piacere di conoscerti. Posso andare a casa adesso?” chiese Nina speranzosa.

“Vai di fretta? Se aspetti un po’ ti presento Blanca.”

“Non si spaventerà?”

“Forse … ma è una bambina intelligente.”

“Mi hai convinto, rimarrò!” si sedette ma si sentiva assetata e le sarebbe andata tantissimo un po’ di quell’acqua del giorno prima. Quando Blanca si svegliò si sentì così sola che cominciò a piangere. La sua mamma non era nei paraggi e Oscar volò alla culla: ”Buongiorno!”

“O-Oscar ho avuto paura di essere stata abbandonata. Dov’è la mamma?”

“L’ho vista sul terrazzo a innnaffiare le piante,” disse Oscar.

A Nina venne una sete irresistibile e corse via dicendo: “Torno subito…”.

“Chi è?” chiese Blanca incuriosita.

“E’ un geco.”

“Che cos’è un geco?”

“E’ un rettile; può arrampicarsi sui muri, adora le zanzare e dorme durante il giorno.”

“Credi che le dispiacerà se ciucciò una delle sue zampe? Ha le zampe, vero?”

“Ne ha quattro.”

“Ho l’imbarazzo della scelta!”

Nel frattempo, dopo una bella bevuta, Nina era tornata tutta pimpamte tanto che non riusciva a stare ferma.

“Che fate?” chiese a Oscar e Blanca

“Non lo sappiamo ancora.” disse Oscar.

“Facciamo un giro? Mi sento come se avessi dormito due giorni di fila” si sentiva davvero eccitata.

“Non dovresti dormire durante la giornata?”

“Sì, ma mi è successo qualcosa di strano.”

“Cosa?” chiese Blanca che desiderava ciucciare una di quelle zampette interessanti.

“Beh, Non so bene perchè ma non mi sono mai sentita così sveglia!” disse Nina con gli occhi sbarrati.

“Hmmm…” Oscar stava ragionando sull’accaduto. “Hai mangiato o bevuto qualcosa di strano?”

“No, Solo zanzare.”

“Nient’altro?”

“Fammi pensare… un po’ di acqua nei sottovasi di tua mamma.”

“La mamma dà alle piante una polvere scura che lei chiama caffè.” disse Blanca

“Il caffè serve per stare svegli.” disse Oscar.

“Mi sento così bene che ne berrò ancora e ancora e ancora.” Nina era elettrizzata.

“Se bevi troppo caffè non dormirai mai più.” Oscar la avvertì.

“Non ti credo. Sei come tutti i grandi, sempre pronti a rovinarti il divertimento.” disse risentita Nina e scappò via senza salutare arrampicandosi con le zampe a ventosa su per il muro fino al tetto. Là sotto uno dei coppi si mise a guardare il cielo e si riposò.