Ballata carolingia

Lupula, foto di G.Signorini

Nella sua capanna con una bimba da accudire e tanti lavori da fare Lupula non aveva più tempo per i suoi manoscritti e le sue miniature. Sembrava un tempo così lontano, una vita vissuta da un’altra persona. Lupula era felice ma desiderava qualcosa che la divertisse e riempisse di gioia anche la piccola Frodelinda.

Un giorno passò dalla fattoria un pastore che suonava uno strano flauto con solo tre buchi. Suonando con una mano sola poteva fare due cose allo stesso tempo oppure battere il tempo con il suo bastone su una pietra. Lupula gli offrì del vino e del pane e con quella scusa gli fece un sacco di domande su quello strumento.

Ad un certo punto il pastore disse: “Se mi ospiti per tre giorni ti costruisco un piffaro.”

Così fu. Il pastore mantenne la parola data e con del sambuco creò un fischietto per la piccola Frodelinda e con la tibia di una capra un flauto a tre fori per Lupula. Il terzo giorno lo passò a insegnare a Lupula tutto ciò che sapeva di musica e improvvisazione. Lupula si divertì così tanto che per un giorno dimenticò tutte le sue incombenze ma trovò il tempo per preparare una buona cena per celebrare l’ospite e offrire a Flodoard e Frodelinda qualche piatto un po’ diverso dal solito. Il piatto forte della cena fu, però, la musica che al tramonto riempì la capanna e i campi vicini di armonie improvvisate. Il volo di un uccello, il canto del gallo, il belare della pecora ma anche il silenzioso filare, il crescere delle piante, il riposo dopo una giornata di lavoro e l’allegro giocare dei bambini. Lupula aveva finalmente trovato ciò che avrebbe reso le sue giornate meno faticose e ciò che l’avrebbe fatta sorridere anche nelle giornate più dure.

Farina + acqua = focaccine

Archeodromo, Poggibonsi (SI)

In un tempo molto lontano in un villaggio dai tetti di cannucce e dai colmi erbosi viveva una bambina che non aveva ancora compiuto cinque anni. Come tutte le mattine il gallo zoppo del villaggio aveva cantato la sua sveglia sghemba: “Chicchì…richì! Chicchì…richì! Chicchì…richì!”

In una piccola capanna al limitare del villaggio, viveva Frodelinda con i suoi genitori, un paio di gatti randagi, cinque galline e un orticello di rape. Frodelinda era l’ultima nata del villaggio e passava le sue giornate giocando con uno dei gatti randagi e aiutando la mamma nelle faccende di tutti i giorni. Dava da mangiare alle galline e le osservava becchettare, zappettava l’orticello e controllava i suoi fiorellini spontanei, tentava di filare per poi annoiarsi subito e usare un po’ della fibra di lana per farsi una coda e giocare a essere mamma pecora. Amava aiutare anche gli altri abitanti del villaggio soprattutto quando c’era da travasare dell’acqua e impastare pani e focacce.

Per Frodelinda preparare il pane era una festa. Non vedeva l’ora di andare nel granaio a prendere la farina e vedere Garipaldo, il fornaio, aggiungere l’acqua e mescolare i semplici ingredienti. Lo osservava poi impastare finchè l’acqua e la farina non si erano trasformati in un soffice cuscino in cui affondare mani e dita. A quel punto di solito si dedicava con attenzione allo studio dell’impasto che era rimasto attaccato alle dita. Era metodica nella sua sperimentazione: prima annusava, poi testava la sua elasticità e consistenza e infine lo assaggiava con sommo gusto.

Bene quel giorno era il giorno delle focacce perchè al villaggio si aspettavano visitatori.

Frodelinda saltò fuori dal suo giaciglio di paglia e pelliccia di pecora, ingurgitò un po’ della zuppa avanzata dalla sera prima e uno spicchio di mela. Prese al volo la sua tunica sbiadita – una volta era di un bel rosa ma il sole e l’acqua avevano portato via il colore e ne avevano lasciato solo un ricordo. Infilò le scarpe a fiore e corse da Garipaldo prendendo la scorciatoia che tagliava dalla scarpata. Il fuoco nel forno era già acceso e Garipaldo stava per iniziare a suddividere l’impasto in tante palline che sarebbero poi diventate altrettante focacce dal sapore inconfondibile del forno a legna.

“Aspettami, Paldo!” disse Frodelinda correndo

“Mi stavo chiedendo dove tu fossi finita!” disse Garipaldo che, pur essendo un po’ orso, aveva simpatia per quella bimba dai capelli color fuoco.

“Dov’è il mio sgabello?” visto che Frodelinda era ancora troppo piccola per arrivare al tavolo da lavoro, il falegname le aveva costruito uno sgabello personale.

“E’ nella mia capanna dietro la porta” , rispose

“Vado a prenderlo!” non fece a tempo di finire le tre parole che stava già correndo alla capanna del fornaio che si trovava proprio accanto al granaio.

Una volta alla giusta altezza Garipaldo le diede un pezzo di impasto che Frodelinda cominciò a maneggiare, tirare, stirare, lanciare, roteare sulla mano, appiccicarselo sul naso, sulla gota per sentire la sensazione morbida e appiccicosa della pasta. Prima che potesse stendersela sui capelli la mano ferma di Garipaldo prese l’impasto e le disse di stendere una focaccina il più tonda possibile.

“Ho fame, Paldo!” sospirò Frodelinda che si era stufata di impastare e non vedeva l’ora di addentare la focaccina calda.

“Pazienza, pazienza!” rispose Garipaldo

Proprio in quel momento il gatto grigio di Frodelinda passò rincorrendo una lucertola che aveva già perso la coda. Quel gatto non sapeva resistere alle lucertole e Frodelinda non capiva che cosa avessero di buono, erano così magre. Scese dallo sgabello e si mise a inseguire il gatto che inseguiva la lucertola che era andata a rifugiarsi nella legnaia in cerca di un posto buio e sicuro dove le zampe del gatto non potessero arrivare. Frodelinda osservava dentro ogni spazio ma non riusciva a vedere niente, come d’altronde anche il suo gatto che annusava tutto non sembrava sapere dove fosse finita. Ben presto anche il gatto si stufò e con un miao deciso sparì dietro la legnaia per fare un agguato ai piedi di Frodelinda che si mise a ridere.

“La prima focaccina è pronta, vieni!” disse Garipaldo che aveva ancora la focaccina, che la bimba aveva steso, sulla lunga pala da forno.

“Evviva! Gatto andiamo!” si diresse a passo svelto verso il tavolo da lavoro, prese la focaccina calda con il bordo del suo vestito per non bruciarsi e si sedette con Gatto sulle scale del granaio, il suo posto preferito dopo casa sua.

Assaporò la focaccina e ne diede un pezzetto a Gatto che apprezzò. Sospirò e gli disse: “Acqua + farina = focaccine!”